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Torniamo alle regole?

Non c’è giorno che i giornali non parlino del Parini. A questo punto gli allagatori del celebre liceo si sentiranno degli eroi, così elevati agli onori delle cronache e oggetti di infiniti dibattiti nazionali. È la solita questione delle regole. Se ci fossero delle regole sarebbero state applicate dal Consiglio dei professori a botta calda, senza tanto baccano. Quindici giorni di discussioni, ognuno a dire la sua, con la mobilitazione di tutti i mezzi di informazione e finalmente si è partorito un topolino: quindici giorni di sospensione.

Di fronte a un atto di teppismo compiuto dai cinque sedicenni, con la consapevolezza precisa di ciò che sarebbe accaduto visto che hanno agito di sabato e non di domenica perché l’acqua corresse per ben due giorni, capisco bene i professori che ne proponevano l’allontanamento dalla scuola. Ma ha trionfato il buonismo. Ci si è messo anche l’ex ministro dell’Istruzione, Luigi Berlinguer, con la sua nobile e in astratto condivisibile teoria del perdono e del recupero.

Ma un conto è tentare di recuperare ragazzi disadattati, abbandonati a se stessi, che nei gesti inconsulti o violenti cercano inopinatamente un’affermazione di sé e che, se espulsi dalla scuola anche temporaneamente, sarebbero in balia di se stessi; un altro è “recuperare” ragazzi protettissimi dalle loro famiglie, come i nostri pariniani, uno dei quali, per esempio, ha continuato imperterrito a frequentare la scuola, dopo il fattaccio, perché non si sentiva colpevole essendosi limitato a fare il palo mentre si procedeva all’impresa.

La sospensione per sei mesi o anche per tutto l’anno, è vero, avrebbe probabilmente comportato la bocciatura. E allora? Ripetere l’anno oppure studiare duro e prepararsi agli esami sarebbe stata certo una punizione dura ma anche un formidabile “recupero”. Pensi, onorevole Berlinguer, com’è più frustrante e psicologicamente dannoso per un adolescente vedersi bocciato, come necessariamente accade, perché non ce la fa (per incapacità di applicazione) a stare al passo con gli altri.

Torniamo alle regole, per favore.

Per esempio il furto è furto anche se lo si vuol chiamare esproprio proletario. E la violenza contro la proprietà privata resta un atto criminoso, anche se lo si vuole ammantare di ideologie umanitarie, che nascondono il gusto della provocazione violenta e del protagonismo becero, screditando movimenti autenticamente umanitari e “non violenti”. E per converso l’accusa di “peccato” e di “disordine” interiore lanciata da un aspirante commissario europeo, in sede politica, contro gli omosessuali è discriminazione e non è religione. Il cristiano è tollerante e rispettoso di chiunque non nuoccia agli altri. Quanti sacerdoti, purissimi, si sono scoperti omosessuali prima di consacrarsi a Dio? C’è nel Vangelo qualcosa che alluda a questa condizione come offesa al Cristo? E comunque una simile visione “cattolica” (non cristiana e non di tutti i cattolici), legittima nell’ambito del proprio credo religioso, non deve

neppure affiorare nelle questioni di politica sociale di uno Stato laico. Rispettare le regole significa anche rispettare la funzione democratica di un Parlamento (europeo) invece di accusarlo di complotto laicista per scatenare immediatamente un movimento antilaicista rovesciando esattamente i termini della questione. E i mezzi di comunicazione soffiano sul fuoco, fiammate effimere, giusto per frastornare, scoraggiare le menti, o per manipolarle.
Milli Martinelli
Metro – ven 12/11/2004

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Fino al commissario europeo ero d’accordo. (JJB)