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Ammirazione

Non si ammira più nessuno. Ci sentiremmo intollerabilmente umiliati a farlo.
Tutt’al più lo si invidia. Lo si ama o lo si odia. E forse anche a noi non ci va di essere ammirati dagli altri (ci darebbe troppe responsabilità).
La personalità narcisista delle nostre società, nevroticamente insicura e all’ansiosa ricerca di conferme della propria esistenza, desidera non tanto essere ammirata quanto invidiata.
All’ammirazione si richiama poi la fama, oggi sostituita dalla più neutra “popolarità”.
Quella studentessa romana, definita da tutti “nichilista”, della classe liceale di Marco Lodoli, concludeva che solo le star televisive (che non ammira certo!) hanno diritto ad avere una personalità, ad avere opinioni che altri ascoltano, mentre lei aspira realisticamente a non essere niente, come i suoi coetanei.
Un niente omologato e in ciò perfino rassicurante (a me sembra però che il nichilismo sia tutto dalla parte di una società che trasmette quella idea di “valore” e di “visibilità”).
Perché resistiamo ad ammirare qualcuno? Ci troviamo qui di fronte a una perversione dell’assunto-base della democrazia, il sacro principio egualitario, che affonda le sue radici nella isonomia della polis greca e poi, ben più radicalmente, nel messaggio cristiano- evangelico (“Non chiamate nessuno padre sulla Terra”, ammoniva Gesù). Se infatti io dichiaro di ammirare qualcuno implicitamente dico che lui è meglio di me.
Bene, ma in questa società io non posso sopportare che qualcuno sia meglio di me. Il mio voto vale esattamente quanto il suo! Il dramma dell’uomo moderno è proprio quello di sentirsi inferiore a tutti gli altri e di nascondere però questa verità scandalosa, innominabile, come fa l’”uomo del sottosuolo” dostoevskijano.
Da una temperie del genere nasce tra l’altro l’idea stravagante, oggi molto diffusa, di un diritto di ciascuno alla creatività assistita (“siamo tutti poeti”, recitavano i surrealisti).
Ma un conto è l’uguaglianza – intangibile – dei diritti e delle opportunità, e un conto l’uguaglianza dei valori. Ammirare qualcuno significa considerarlo un modello positivo, da emulare e imitare.
Introduce un criterio qualitativo e non solo angustamente numerico del Bene (un aspetto questo che nessuna società laica potrà trascurare del tutto), e permette alle persone di educarsi, le spinge a essere migliori, a formarsi un carattere imitando i modelli.
Un filosofo spagnolo, Aurelio Arteta, ha dedicato a questo tema un saggio bellissimo, “La virtud en la mirada” (la virtù nello sguardo, 2003). Precedentemente aveva scritto un libro, sulla compassione, suggerendo un’analogia tra i due sentimenti, entrambi screditati e quasi scomparsi nella società contemporanea, relativista e tollerante, che ha rinunciato a qualsiasi gerarchia, anche morale (una cosa non è mai migliore o peggiore di un’altra ma solo “differente”).
Compassione e ammirazione costituiscono infatti per l’individuo moderno sentimenti umilianti: la prima umilierebbe colui verso cui è rivolta, la seconda invece colui che la prova. Nel libro di Arteta troviamo poi una definizione puntuale di ammirazione: “Un sentimento di allegria che nasce alla vista di un’eccellenza morale piena e che suscita nello spettatore il desiderio di emularla”. Già, come si vede perfino l’etica può nascere dall’allegria e non necessariamente da tormentosi e calvinistici esami di coscienza. Credo che solo un pensatore meridiano come uno spagnolo, innamorato del sole, del mare e della “bella giornata”, poteva darci quella definizione. Aggiungerei solo all’allegria contagiosa un elemento di stupore, che pure è presente nell’etimologia latina “ad-mirari”.

Ma come riparlare credibilmente di etica in un’epoca di spaesamento e di pensieri deboli? La morte di Dio si discute amabilmente nei talk show, e al pari di tante altre cose (la fine del mondo, l’oblio dell’Essere…) non ci preoccupa più molto. Quanto ad ammirare qualcuno, sembra che proviamo un piacere sadico e autolesionista a infangare grandi figure morali del nostro passato, a gettare su di loro l’ombra del sospetto.
Come siamo contenti, intimamente confortati quando scopriamo la lettera di Bobbio al Duce o il carteggio di Silone col funzionario dell’Ovra! Se nessuno è innocente anch’io mi sento meno colpevole! Forse non è casuale che Arteta sia spagnolo, che viva cioè in un paese che tanto ci assomiglia ma nel quale è presente per ragioni storiche un forte sentimento dell’onore, della rispettabilità sociale, a noi del tutto sconosciuto (perché devo “tenere” tanto alla stima degli altri se sono come me, e cioè tutti un po’ corrotti?).
Eppure, mettendomi contro una tradizione di segno contrario, suggerirei di ripartire proprio dall’ammirazione, cioè da un sentimento spontaneo, non del tutto eliminabile, e non dalla riflessione filosofica, per ricostruire un residuo sistema di valori, capace di orientarci.
C’era un mio compagno di scuola, nel ’68 che, al contrario di me (e della maggioranza delle persone), provava ammirazione non per i leader politici – così magnetici, inclini al comando, capaci di riversare ogni emozione in poche parole d’ordine – ma per i filosofi. Non dico che i filosofi siano in assoluto da preferire ai leader politici ma forse in questo caso una disposizione del genere ha preservato negli anni la sua integrità. Dopo che gli dei hanno abbandonato i cieli la sfida della modernità consiste nel fondare la nostra morale su basi interamente terrene, immanentistiche (e dunque provvisorie, in parte arbitrarie).
Un’impresa quasi disperata.
Però chiunque, nel fondo dell’animo, ammira o ha ammirato almeno una persona nella vita.
E allora ricominciamo da lì.
Perché se ci interroghiamo sul perché e su cosa davvero ammiriamo in quella persona potremo lentamente mettere a fuoco i contorni di ciò che per noi costituisce il bene.

Filippo La Porta