Trovare un senso a questo Vasco

Riporto un articolo geniale su Vasco di qualche tempo fa.

Vasco Rossi ha un pensiero minimo e un suono rozzo che possiedono un potere ineluttabile di piacere. A cinquant’anni suonati, con quel corpaccione sfatto, quel look da sopravvissuto di provincia, l’eloquio sgangherato che a seguirlo in un’intervista viene il mal di mare, questo idolo residuale di un Novecento archiviato fa un disco, va a razzo in cima alle classifiche e viene ricevuto, inglobato, consumato, digerito e istantaneamente riprodotto con la dedizione di un’eucarestia pop.

Vasco dice e il suo popolo che va calcolato in un ordine milionario di seguaci ascolta e impara. A dispetto di coloro che vorrebbero liquidarlo come un cattivo maestro grossoIano,trash e un po’ scaduto, la sensazione è che quel suo pensiero minimo, quei suoi testi ossuti, quasi stitici, quelle sentenze di vagotonica, improbabile poeticità che fanno tanto "cuore semplice", vengano fatte proprie dopo essere state compulsate, vengano condivise come nuoVi slogan di un popolo d’invisibili che esiste nei consumi (parla l ‘hit parade) ma scompare nei sondaggi "seri". Quello che dice Vasco, per il popolo di Vasco, non solo è giusto e sacro, ma soprattutto a dispetto della schiera critica italiana, a cui l’artista ha sempre fatto un po’ schifo è come se lui dicesse bene, quello che loro vorrebbero dire, ma non saprebbero come. Una delega grammaticale che si risolve in un mazzo di nuove canzoni destinate a diventare inni istantanei, colonna sonora di una stagione lunga.

Enunciato il segreto di Vasco, va detto che la Sua popolarità, il suo tranquillo influsso, la sua capacità di interpretare e tradurre in messaggio sarebbero il sogno della maggioranza dei politici d’oggi, occupati a scaldare i motori per una campagna elettorale che minaccia di toccare minimi storici quanto a credibilità delle personalità e quanto, soprattutto, a delega ad agire a nome proprio, in un’atmosfera trasversale di sospetto e sfiducia. E’ qui che la faccia tonda di Vasco, il suo sguardo liquido, quella voce spezzettata, flagrante nella propria antimusicalità, è qui che Vasco va tenuto in conto. Adesso pubblica un disco che si chiama I Buoni e i Cattivi e c’infila dentro un messaggio uno dei suoi, farragginosi e schematici, tutto istinto, eppure misteriosamente efficaci e nel farlo ottiene un effetto decuplo degli habitué di "Porta a Porta". Mettetela cosi: sono tempi in cui un Rossi spompato raccoglie più attenzione e audience di tentennanti e possibilisti leader democratici. Eppure artisticamente è antimoderno, se possibile più involuto del solito, pure un po’ stanco e in disarmo. Ma l’ex disc jockey di Zocca se la canta più in italiano di coloro che, nel tentativo di recapitare messaggi strutturati, finiscono per risultare incomprensibili. Vasco, nel suo autunno artistico, riesce a essere ancora un leader, in un’Italia che di leader raramente è stata tanto a corto. E il pubblico lo premia, lo compra, lo circonda di palpabile affetto. Anche in occasione di questo disco, certo non bellissimo ma neppure brutto, già sentito ma a tratti commovente, in cui usando il suo slancio a metà tra faccia tosta e innocenza, mette in circolo slogan come "Si può spegnere ogni tanto il pensiero" o "Ti piace vivere come vuoi e rispondi solo a te". E’ la rivincita del cadavere sociale chiamato "fricchettonismo"; è il colpo di mano di un individualismo caotico le cui tracce sono strabordanti, se ci si scomoda a cercarle nelle stazioni della metropolitana anziché nel glamour politichese. Sono italiani "alla Vasco", convinti che oggi tutto ruoti attorno ai concetti di "crederci" e "fidarsi" ossessiva ricorrenza de I Buoni e i Cattivi. Rossi, ormai eroe per forza, può concedersi quello che oggi nessun leader può fare a cuor leggero: abbandonarsi e serenamente mostrarsi al pubblico per quello che è. Può confessare di essere roso dallo stress, di non sentirsi per niente sicuro, anzi di avere dentro "un tale animale". Può confessare che, successo o no, il male con cui bisogna fare i conti è sempre la solitudine, la coscienza di essere anime sole. Può pretendere di parlare al cuore della gente senza passare per il.cervello e tanti sarebbero pronti a pagarlo per la ricetta, ne esistesse una. Può fare il gigione, dire che gli piace provocare, ma che lo fa solo per tenerci vivi. Può andare in tv a dire "Non drogatevi, lasciatelo fare a me", può porre ai fans una domanda di quelle che pesano, in certi posti: "Hai mai dei guai per quello che sei?". Se Adriano Celentano s’è autoeletto "re degli ignoranti", Vasco è l’imperatore, magicamente contemporaneo, nonostante l’impresentabilità stilistica. Comanda folle che l’ascoltano e aderiscono al suo verbo. Cattivo o buono, di fatto è 1 maestro efficace per l’Italia stanca del 2004.

Altrove regnano altri intelletti. Noi abbiamo Vasco. Vasco vende. Vasco è amato. Mica siamo tenuti a comprarlo. Ma vale la pena di riflettere su cosa mai ci sia sotto.

Stefano Pistolini

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