cattiverie

Gli opposti si dovrebbero respingere

Piove, a Milano.
Io mi infilo sotto, in metropolitana, per trovare sollievo dal fastidioso picchiettare sopra la mia testa che mi ricorda un’attività cerebrale abbandonata da anni.
Nella carrozza c’è un tizio della mia età, è arrivato col cappuccio e la pioggia gli ha bagnato ad essere esagerati la punta di un capello ma lui si guarda nel riflesso della porta della metropolitana e si aggiusta la frangia. Io chiudo gli occhi e mi catapulto nella sua testa complessata: si sta chiedendo se sia stata irreversibilmente rovinata la piega che tanto gli piace (contumelie varie rivolte verso il cappuccio che schiaccia i capelli).
Io a mezzo metro da lui mi guardo per riflesso nella porta e vedo una trionfale visione di me, con dei capelli bagnati che hanno assunto una forma a metà fra il fuggitivo dell’ospedale psichiatrico ed un riccio spalmato di colla.
Mi chiedo come mai non si veda un lampo di luce e una forza repulsiva creatasi fra i due mondi diametralmente opposti non ci sbatta ai due lati della carrozza.

Col senno di poi, avrei potuto offrirgli i soldi per un parrucchiere veloce.