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Lolita (Valdimir Nabokov)

Premessa: Non sono un fan sfegatato dello stile barocco, ma qui si trattava di scegliere, già dalla prima pagina: mettere il libro a riposo in un cassetto oppure leggerselo così come prometteva di essere. Ho deciso di provarci e mi sono trovato alla fine in un lampo, senza particolari problemi.
La trama la sappiamo tutti anche grazie alla trasposizione filmica di Stanley Kubrick, quindi non indugerò e passerò decisamente alla mia visione della trama. A mio modesto parere la trama e lo stile trasformano e trascendono l’aspetto più evidente ed autocontenuto, vale a dire l’incesto. Di truculentemente erotico c’è poco o nulla, infatti il libro volutamente evita la specificità su questo per concentrare la narrazione e l’attenzione del lettore su altri temi: la perversione, la malattia mentale, la maturazione, le convenzioni della società, la vita, l amore, la perdita, la vendetta. Un viaggio affascinante in una mente malata. Un protagonista volutamente scelto per rompere gli schemi: il lussurioso che, ben lontano dalla gretta meschinità della fisicità del lavoro e ben lontano dalla figura dei suoi pari nell immaginario collettivo (proprio per questo rimane così inosservato agli occhi delle autorità), vive un sogno sprofondato in un incubo. Questo è un racconto di un malato, ma un racconto sull’umanità. Il racconto dell’umanità della malattia, quasi a voler mostrare quanto relegare alla categoria dei pazzi o dei malati mentali TUTTE le persone simili al protagonista o (generalizzando) con disturbi, sia fondamentalmente errato. Dando voce alla mente del malato, Nabokov mostra quanto sia umana e simile alla nostra. Ciò riconduce quello che istintivamente espelliamo dalla comunità umana ad una radice comune anche se deviata, ed allo stesso tempo porta a pensare a noi stessi. Quanto abbiamo di diverso da ciò che aborriamo e quanto abbiamo in comune? Chi non ha dei tratti decisamente strambi? La vita ha alti e bassi, chi non ha avuto entrambi? E chi non ha provato un periodo di estrema felicità coniugato inestricabilmente ad un altrettanto potente senso di terrore alla prospettiva di perdere in un colpo tutto ciò che glie la donava? Chi non si è mai sentito involontario o addirittura riluttante, riottoso schiavo di un difetto fisico o dell animo? Chi non ha mai tentato fino all ultimo di negare che le cose finiscono, od una fine già scritta fin dall inizio e che si è voluta ignorare? Chi non si è infiammato di rabbia e non ha mai meditato vendetta? Potrei continuare con altri esempi.
Humbert è in una situazione molto particolare, sintesi forzosa di 3 ruoli: padre, amante ed amore. Tre anime diverse che lo dilaniano e si confondono tanto da annebbiargli la mente. Ecco un altro tema: quante motivazioni ci sono per un comportamento umano? Quali sono per esempio quelle della sfrenata gelosia per Lolita? La gelosia di un genitore apprensivo rivolta contro un mondo a cui non vuole cedere la figlia? La gelosia di un amante che ha paura di uomini più simpatici, attraenti, avvenenti, che potrebbero soffiargli la compagna di letto? La gelosia di un innamorato verso la propria donna? Cosa guida all’affannata ed estenuante ricerca di Lo dopo la sua fuga? Non lo sa nemmeno il rotagonista, esattamente come spesso non lo sappiamo nemmeno noi, riguardo alle nostre azioni.
Questo romanzo parla d’amore.  L’amore di H.H. tradito in una farsa che lui non vede, o meglio che non VUOLE vedere (amore cieco), ed in cui non è altro che un giocattolo. L’amore tradito di Lo verso il vecchio baffuto, per cui non è altro che un giocattolo.
Questo romanzo parla di maturazione: adulti e bambini ripetono gli stessi errori contrapponendo la percezione alla realtà: Humbert l’adulto si comporta ed ama come un bambino e cresce molto lentamente nella coscienza fino alla realizzazione finale. Lo la bambina cresce drammaticamente e traumaticamente in modo prodigioso, ma già dall’inizio si dimostra cinica e disincantata come un adulto e diventandolo sempre più nel progredire degli eventi.
Questo romanzo parla d amore: l amore che incatena all amato/a e che è una delizia ma una tortura quando l altro/a cerca di scappare, e quella comincia a stringere sulla gola.
Questo romanzo parla di debolezza, quella che ci piega all’ansia ed alla gelosia, alle fantasie più assurde che ci condannano ad una sofferenza tutta personale ed interiore.
Questo romanzo parla di debolezza, di una invereconda dimostrazione di pura ed ignominiosamente incontrovertibile natura umana quando i bisogni corporali si impongono e coprono i sentimenti, soverchiandoli.
Questo romanzo parla delle convenzioni, di ciò che è permesso e di ciò che non è permesso, e di come la stessa società che è così rigida con alcuni permetta ad altri passatempi così laidi e turpi da far indignare perfino il peccatore dei peccatori. Di come spesso tutto sia una maschera di cartapesta e della miseria umana sotto alle sottane.
Questo romanzo parla di perdita: il dolore, l’insistenza, la masochistica rievocazione, ma anche come (sempre molto umanamente) il tempo alfine lenisca, seppur non cancelli. Di come la speranza sia sempre l’ultima a morire. Di come la rassegnazione cali infine (solo) di fronte ad una risposta tombale.
Questo romanzo parla di vendetta, di come sia agognata e sognata, di come ci si aspetti che sia piacevole, di come lo sia, di come ci si aspetti che sia un sollievo e di come però non lo sia affatto.
Questo libro parla di malattia mentale, di come sia coinvolgente ed assolutizzante, e di come un’ intera percezione della realtà possa essere piegata e contorta nello specchio incrinato di un cervello incrinato.
Tutto ciò raccontato con una prosa di chi ama ed è intriso di cultura europea, e palesemente apatico alla supposta necessità del lettore di una glossa, di un commento, di un’annotazione pietosa sui numerosi riferimenti filosofici e letterari racchiusi a volte in una singola parola come un soprannome ben studiato.
Ecco quindi due caratteristiche fondamentali per determinare l’esito della lettura, e sulle quali chi accinga alla stessa si può basare per decidere se ne valga la pena:

  • Amore per l approfondimento
  • Amore per la forma

La prosa di Lolita può risultare pedante per chi non coglie i riferimenti, per chi non apprezza che ci siano e vorrebbe andare al sodo. Per chi apprezza i <i>calembour</i>, la raffinatezza, per chi ama seguire i rimandi soffermandosi sul testo perchè non ha fretta di finire è invece un piacere fare “il giro lungo” e godere di una prosa sicuramente ampollosa e ridondante ma anche piacevolmente accentuata e a volte comicamente e grottescamente scavezzacollo nella temerarietà delle metafore. Niente prosa inglese insomma (si lo so che il romanzo era inglese, ma tradotto dal russo), niente frasi corte con un punto ogni 10 parole. Ma si può apprezzare anche una sonorità, un gioco nell uso della lingua mirabilmente riprodotto da una pregevole lavoro di traduzione in italiano.
Dalle prime righe mi aspettavo mesi di lettura, è scivolato via come un bicchiere d’acqua lasciando ancora qualche spunto di approfondimento e di ricerca per quelle nozioni – ahimè lo ammetto – mancate in pieno.
Darei un voto di 4,25/5 ma devo anche considerare l’appetibilità al pubblico medio, che è decisamente scarsa. Un libro è bello anche quando è accessibile (o se non lo è cerca di esserlo). Per questo darei 3,5/5. La media arrotondata per ovvii motivi è 4.
E 4 sia.