Nella vita di ognuno i simboli sono importanti. Sono un modo per concentrare il messaggio di qualcosa di esteso, di complesso, in un significante semplice che rifletta in qualche modo le caratteristiche del significato. Il simbolo però assorbe anche caratteristiche attinenti al significato e non direttamente riconducibili ad esso. Questa tendenza si accentua man mano che il simbolo acquista sempre più valore per la collettività: immaginiamo per esempio la croce oppure, all’estremo opposto, la croce uncinata nazista. Questa idea base di un oggetto o di una figura tracciata che assomma in sè tramite il riconoscimento pubblico un significato condiviso viene dalla notte dei tempi, ed il perpetuarla è figlio di una tradizione storica dell’umanità. Almeno lo era fino a poco tempo fa. Ora le regole sono cambiate ed il senso della realtà è cambiato con loro.
La naturale difficoltà di penetrare l’epidermide emozionale è stata coniugata alla velocizzazione dello stile di vita e delle relazioni, ed ha prodotto un maggior peso relativo dell’immagine esteriore. Da ciò e dal consapevole sfruttamento di questo fenomeno a fini commerciali si è determinato un sostanziale cambiamento: la transizione dal simbolo come icona di una realtà al simbolo come rappresentazione di una finzione. Nel mondo delle finzioni il simbolo ha valore perchè non viene appurato ma considerato sottointeso il possesso del significato. Un pò come essere uno che si interessa solo alla televisione ma lasciare disseminate nel salotto di casa copie di “Guerra e pace”, “Critica della ragion pura” e “Dei delitti e delle pene”. Nella migliore delle ipotesi il simbolo è stato reinterpretato e snaturato in “logo”, rappresentando stavolta correttamente il possesso, ma quello strettamente fisico ed economico di un bene di valore.
Chi si sfamerà in un mondo di gusci d’uovo?
Mala tempora currunt.