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Prostitute minorenni, chat, il mezzo ed il capro espiatorio

Uno dei più pregevoli prodotti della società moderna è la deresponsabilizzazione. La sistematica repulsione del semplice principio della responsabilità personale alla spasmodica ricerca di una causa esterna, localizzata o generica che sia, dei propri errori. L’ovvietà che le conseguenze delle proprie azioni si debbano pagare di tasca propria non è più tale.

Quali sono gli effetti di questa nuova corrente di pensiero? Il primo e più palese è il vittimismo con tutte le sue plurime coniugazioni. Quindi quando qualcuno risulta vittima di un reato bisogna ignorare qualsiasi grado di responsabilità della vittima nella creazione delle premesse per il reato stesso. Ed il colpevole piangente attribuirà le colpe a qualcun altro o, come accade sempre più spesso, alla società cattiva: “rubo perchè non arrivo a fine mese”, “ho fame e lo Stato non mi aiuta”.

Di fronte a tale tendenza, invece di una levata di scudi in favore dell’onestà intellettuale, si è creato un ulteriore fenomeno, eguale ed opposto: il giustificazionismo. Quand’anche il colpevole non se ne esca con qualche giustificazione autoassolvente, c’è ormai una nutrita pletora di persone che assolve al compito di assolvere ancor prima dell’inizio del processo: “le condizioni sociali disagiate”, “la crisi economica”, “la condizione psichica temporanea”.Qual’è lo scopo di costoro se non di fare male alla società? Cinico ma semplice: mettere le premesse per una sorta di voto di scambio dove io assolvo acriticamente te purchè tu, qualcora i ruoli si invertano, faccia lo stesso.

Con queste premesse osservo su Leggo del 27 gennaio la notizia della ragazzina 13enne adescata su una chat e rapita e costretta a prostituirsi. A corredo di tale notizia una sviolinata di dati:

  • il 27% dei ragazzi italiani si da appuntamento con chi incontra su Internet
  • il 17% ha rapporti intimi con coloro a cui si da appuntamento dopo l’incontro su Internet

Tutto questo per dimostrare una semplice tesi: che il colpevole non è l’adescatore sfruttatore nè la ragazzina idiota che non si premura di prendere precauzioni, ma il MEZZO, la chat. L’ultimo capro espiatorio di una società che vuole assolvere tutti.

Il giornalismo ha sempre più abbandonato l’oggettività ed ha sempre più abbracciato la tendenza al sottile condizionamento basato sulla presentazione di dati all’interno di una tesi precostituita. Se invece questi stessi dati fossero trattati oggettivamente o visti da un altro punto di vista, sorgerebbero spontanee alcune domande ed osservazioni:

  • Chi si conosce e da appuntamento su Internet deve essere per forza un adescatore stupratore?
  • Chi va a conoscere qualcuno conosciuto via Internet deve per forza farlo senza preoccuparsi di cosa potrebbe succedere?
  • L’intero 27% di incontri dopo la prima conoscenza su Internet è con un violentatore, un rapitore, uno sfruttatore? Oppure la percentuale di casi come quello della 13enne rientra in quel 27% ma con un’incidenza molto minore?
  • Nel 17% di quelli che hanno “rapporti intimi” con persone conosciute su Internet, non rientrano forse anche quelli CONSENZIENTI?
  • I media generalisti non dovrebbero essere un pò più precisi e un pò meno “gigioni” evitando di creare fobie ingiustificate solo per esagerare i toni e dare “pepe” all’articolo?

Ma soprattutto, la vogliamo smettere con l’ipocrisia? La vogliamo smettere di condannare qualcosa che di per sè è neutro (come tutti gli oggetti nella realtà) solo per l’uso che se ne fa? Di fare i pesci in barile e dire che se il marito uccide la moglie a coltellate la colpa è del coltello o della ditta che li produce?

Dicendo bugie si può sfuggire forse alla società o alle leggi, ma non si sfugge a sè stessi.