La sfida della tecnologia pervasiva del futuro

Stiamo assistendo ad una proliferazione dell’elettronica e dell’informatica in ogni aspetto della società civile. Ma questo aspetto, quello dell’elettronica di massa e di consumo, verrà presto superato da un’altra realtà attualmente in nuce : quella dell’elettronica pervasiva. Distribuita ed onnipresente, sarà nei cartelli della segnaletica, in quelli pubblicitari, nelle stanze della vostra casa, negli oggetti della quotidianità sotto varie forme. A partire da quelle più evidenti e visibili fino a microcircuiti cooperanti liberabili addirittura nell’aria o nella vernice con cui ricoprire le pareti di casa per sperimentare nuove forme di tecnologia simil-neurale su larga scala. Tutto questo è uno scenario molto più probabile di quanto si possa pensare e molto più vicino di quanto si possa immaginare. Sarebbe quindi il caso di anticipare qualche riflessione sulle profonde conseguenze che un tale tipo di integrazione della tecnologia col mondo e la vita umana può determinare a livello sociale, economico, politico.

La prima cosa che conta però credo sia quella di definire, o meglio ridefinire la tecnologia e la sua visione nell’ottica globale: siamo evidentemente e concretamente partiti da una visione utilitaristica della macchina come strumento di assistenza umana. Può ciò essere ribadito con sicurezza ancora oggi? E quanto dello spirito originario si è poi effettivamente concretizzato? Ormai l utilizzo della tecnologia si è espanso a molti altri aspetti della vita quotidiana non esclusivamente utilitaristici o legati all’ambito produttivo, come la socialità e la creazione di nuovi tipi di comunità, o il gioco. E’ inoltre palese come non sempre siamo riusciti nel nostro intento: abbiamo utilizzato la tecnologia per compiere più operazioni di quante ne potessimo fare manualmente, ed in funzione di ciò abbiamo accelerato i tempi della società moderna venendo meno proprio alla visione originaria. Essendoci tolti dalle spalle molto lavoro da fare ne abbiamo creato altro per rempirci le giornate, rendendole ancora più frenetiche e faticose di prima. Ma anche il lato più nobile delle potenzialità informatiche, la comunicazione e il passaggio di informazioni, ha avuto sia aspetti positivi che negativi. Se da una parte abbiamo reso disponibili pubblicazioni ed opere editoriali su una potenziale platea più estesa ed in modo più comodo per l’utente, abbiamo peccato indulgendo nel degrado della qualità dell’informazione. E non solo, ma la eccessiva proliferazione di organi e sorgenti di informazione ha creato un effetto eguale e contrario a quella cronica mancanza che ha piagato gli ultimi secoli. Non si nega che la pluralità sia un bene a priori, ma questa nuova condizione ci obbliga a porsi di fronte a nuovi ed oggettivi problemi, come lo spam e la necessità di sistemi di filtri per e-mail, news ed altro. Insomma dall’informazione che prima ci veniva centellinata ora ci facciamo sommergere facendo sempre più fatica a controllarla. La cultura occidentale è indubbiamente la cultura dell’abbondanza in ogni possibile senso, non necessariamente positivo. Esiste un limite oltre al quale non è bene o non si dovrebbe andare? Ed il limite non dovrebbe forse essere quello di un trade/off negativo fra vantaggi e stress nell’ottica imprescindibile di un’umanità che riscopre sè stessa e la smette di rinnegare i propri limiti naturali? C’è chi ha dubbi sulla perfezione o la preferibilità di una vita completamente immersa in un sistema di servizi creato da un mezzo che supera le capacità umane, e dal quale non si può fare altro che rimanere invischiati proprio per quel senso di “non finito” che,a  causa delle nostre “povere” possibilità umane, non lo sarà mai.. La tecnologia non deve per forza essere accettata come un segno dei tempi ineluttabile, e nemmeno considerata come un totem o un blocco immodificabile da assmilare o rifiutare in toto. C’è una insana tendenza ad umanizzare le cose, come se la tecnologia prodotta da noi avesse un suo ciclo di vita, una sua evoluzione, una sua personalità e noi dovessimo sopportarla come dobbiamo sopportare un amico, perchè scegliamo di usarla. Inutile ricordare che come tutti gli strumenti pratici, bisogna capire quando e perchè usarli ma soprattutto quando e perchè farne a meno. Bisogna smetterla di pensare solo alla tecnologia per quello che ci farà fare o per come la useremo dandola per scontata, ma cominciare a chiedersi che uso ne VORREMO fare. Ed un altro punto a mio parere indebitamente trascurato è l’importanza di pensare che una tecnologia pervasiva e onnipresente legittimi ancora di più una domanda collettiva della società moderna, una domanda che non ci si fa ma che sarebbe molto più pertinente, e cioè: che persone diventeremo usandola? Non è la tecnologia il male o il bene, è l’uomo che si trasforma in base ad un ambiente che cambia, e di cui la tecnologia, l’unico fattore che possiamo controllare completamente, farà parte. Come lasceremo che cambi i nostri orari ed i nostri stili di vita? E quanto di questi cambiamenti sarà indotto, quanto sarà consapevole, quanto sarà preventivamente accettato? Questo è il momento di cominciare a guidare di più un processo apparentemente incontrastabile ed ingovernabile. E forse delle regole come un codice morale della tecnologia, un codice comportamentale per chi la produce ed un codice di “norme di buon senso” per l’approccio dell’utente alla stessa, come le focali domande “mi serve davvero?” e “ne vale la pena?” non sarebbero una cattiva mossa. Ma prima di tutto bisogna rendersi conto di quanto è importante questo momento per il nostro futuro, e di quanto non possiamo esimerci dal determinarlo noi, attivamente, con responsabilità, moderazione, ragionevolezza.

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