pensieri sensazioni

The vibe

Più procedo più mi modifico, mi plasmo, mi modello e mi trasformo. La grande novità del sentire e del qui ed ora rispetto ad un nebuloso futuro popolato di vaghe possibilità elucubrate a ritmo incessante è decisamente la capacità di abbandonare schemi rigidi o di non affidarsi esclusivamente ad essi per adottare un approccio più soft e dinamico a ciò che accade.

Una delle realizzazioni che questo nuovo stadio di consapevolezza porta è l’immenso valore della variazione, del progresso, della trasformazione in sè. Essendo esseri razionali in generale, ed essendo io in particolare particolarmente devoto alla classificazione ed alla metodica dissezione della realtà in parti costituenti, siamo anche naturalmente inclinati e suddividere in classi separate. Insiemi distinti. Stati binari. Come i computer, 0 o 1. Acceso o spento. Deciso in senso assoluto o non ancora deciso. Dentro o fuori.

Questa dura e rigida suddivisione è certamente utile alle macchine, alle quali viene demandato un compito preciso e spesso ripetitivo. Ed a volte anche a noi piace pensarci così, esseri completamente determinati, precisi, concentrati sull’obiettivo. Sempre bianchi o neri. Il problema è che anche se questo ci aiuta a dare ordine alla realtà, è una forzatura nostra alla quale come esseri viventi non apparteniamo per natura. Non è vero che siamo sempre in un modo o nell’altro. Non è vero che le realtà ed i fatti siano sempre così o cosà.

Tutto ha uno stato, certo, ma in un determinato momento che vola via, che dura poco, pochissimo. E se ci si perde nell’analisi della fotografia di un paesaggio per trarne tutto, ma proprio tutto… ci si perde lo stesso paesaggio nel presente. Ci si perde l’armonia di un ballo, di una danza di cui gli stati fanno parte, momento per momento. E questa armonia io la collego sempre di più – si, chiamatemi pazzo – alla vibrazione. Non sei fermo nè in movimento, non ti sei spostato ma ti sei spostato. Non ti sei mosso ma ti stai muovendo.  La continua alternanza può generare benessere indipendentemente dai punti che essa stessa collega, è una sinusoide che ha infiniti punti sull’asse X ma due di riferimento sull’asse Y. Ed è forse un caso che il bioritmo sia appunto una sinusoide? Siamo esseri umani ma siamo creati in natura e la natura, come ci insegnano, “non facit saltus”. Una dolce transizione per andare magari persino all’estremo opposto.

Come un bambino o un nuovo approccio alla vita non nascono in un secondo ma richiedono incubazione ed un periodo in cui non sono nè “inesistenti” nè “creati” ma “in creazione”, così per me si dovrebbe iniziare ad apprezzare questa propria natura, quella fatta di un corpo con muscoli antagonisti, con un cuore che batte e continuamente si contrae e si rilassa. Ascoltarlo si dovrebbe, ascoltarsi e riscoprirsi spaventosamente ma meravigliosamente imperfettamente non determinati, sentire il pulsare del sangue nei vasi sanguigni come mi è possibile a causa di una/un mia/mio particolare qualità/difetto. Sentire che si spinge stancamente e poi esita, per essere sospinto di nuovo, trasportando ossigeno che poi sarà sostituito da anidride carbonica che lo renderà di colore bluastro, avvelenato. Per poi tornare rosso acceso.

Sarà questa la passione che abbiamo per l’alterazione del nostro stato usuale? Che sia questo il segreto? Non lo so. Ma quando l’ebbrezza di un momento mi consente, finalmente, di staccarmi dalla consuetudine delle sensazioni di ogni giorno e le attutisce, dandomi la possibilità quindi di ascoltare davvero me stesso, sempre sento un me sferzante, una colonna vertebrale infestata di stimoli elettrici che viaggiano, che non sono arrivati ma sono già partiti, un corpo a riposo ma non a riposo, un ondeggio, una vibrazione.

E allora so che sono vivo.