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Memorie del sottosuolo

Era quasi ora di scuola, ed era in ritardo come al solito. Ma stamattina era una mattina speciale. Cioè, non molto, ma un pò si. C’era un misto di ansia per l’interrogazione e per la paura di rendersi ancora più ostile la prof di Matematica. Ogni volta che la guardava, sentiva di non esserle simpatica. Come se quella percepisse qualcosa che non andasse in lei. “Chissà perchè poi, maledetta quella stronza!”. Nei corridoi sotterranei della Central Plaza, correva verso un destino che sentiva segnato.

L’Inquisizione del 2013, con la stessa razionalità della caccia alle streghe di 800 anni fa. Immersa nel ruminio dei neuroni, si faceva largo fra torme di passeggeri, flussi inarrestabili di gente diretta in posti inutili da cui si sarebbe rispostata. Una mania ossessivo-compulsiva, nient’altro. Fosse venuta la fine del mondo li avrebbe trovati lì. A fare tanto i fighi, girare con i cellulari come feticci, infilarsi vestiti di seta che solo i primi dei primati hanno, poi si finisce a crepare in conigliera. “Ma magari crepasse qualcuno”, si augurava. “Almeno avrei un’ottma scusa per arrivare in ritardo. Se bloccano la metropolitana in attesa degli inutili soccorsi salterei la lezione, o magari l’intera giornata. E avrei una bella storia da raccontare, magari con qualche bugia drammatica aggiunta. Sarei la più interessate della classe, anche solo un giorno.. e lui mi noterebbe.” L’unico motivo per cui aveva senso la scuola. Le sillabe magiche: Mar-co. L’irritazione, il fastidio e l’odio per il mondo ed i suoi abitanti tutti, costanti quotidiane, a tratti improvvisamente sparivano. Come in una barca a remi in tempesta, a volte l’orizzonte fermo e stabile ora veniva sormontato da ondate, cavalloni di sensazioni indefinite potentemente amplificate dagli ormoni e dalla gioventù. Profluvio invadente e totalizzante di immagini tratte da “Mille variazioni di blu” (il suo libro perversamente preferito, oh le pagine dove lui la benda! Si sentiva già leggermente eccitata al solo pensiero.) e da un epica fatta di film , libri Harmoniosi e pubblicità varia. Tutte quelle cose, stavano facendo effetto. Ora si immaginava lei e lui bagnati dalla tempesta in mezzo alla campagna. No, forse sulla scogliera. Comunque lei e lui e basta. E la tempesta. Poi la scogliera è dura, scomoda per farlo. Perchè si, ovvio che l’avrebbero fatto; e così avrebbe potuto farla vedere lei a quella smorfiosetta di Katrina che pensa di essere la migliore del mondo solo perchè si era ripassata quel tipo insipido. Così insipido che non ricordava il suo nome. Probabilmente neanche Katrina, da quanto le interessava. Troietta che cerca di dimostrare di valere qualcosa in questo modo. “Com’è patetica!” si ritrovò a dire fra sè e sè. Tutto questo sarebbe successo, un giorno lontano… per ora MARCO non la sembrava considerare neanche.  O forse no, anche presto, anche oggi, chi lo sa. In fondo nei film tutto succede in un batter d’occhio, e perchè .. perchè invece a me no? Un accenno di amarezza a tingere il quadro della sua interiorità. Sì, forse anche oggi, ma di sicuro dopo l’interrogazione. Ritorno all’uniformità fatta di rosso odio. Quella malede… che belle quelle scarpe. Le scarpe tacco 12 di una passante diventano gelatinose, centro magnetico dell’universo. Quelle si che sarebbero perfette per farsi vedere da MARCO, poi mi farebbero guadagnare quei centimetri in più che.. Un rombo progressivamente più potente le impedisce di sentirsi pensare. Famelico serpente metropolitano, raggiunto nella trance sonnambolica della sua vita complicata. Si aprono tante piccole fauci , ne esce un vomito vociante, secrezioni terrestri a loro modo nauseanti. Voce gracchiante nell’altoparlante da ordini secchi e ripetitivi, con tonalità stanca di chi è lì per pagare le rate del mutuo e far smettere di ciarlare quella strega a casa: “Prego lasciar scendere i passeggeri prima di salire.” Ecco la modella che spera che nella nostra grande Mela potrà sfondare – “di sicuro farsi sfondare”, ed un sardonico sorriso appare all’angolo della bocca – il businessman che dà alternativamente un’occhiata all’orologio ed una al Blackberry ed invecchia, invecchia al triplo della velocità. La madre con carrozzina ed allegato vocio di una figliolanza numerosa portata con strepito in giro, quasi a scuotersela di dosso. Il tamarro, ridicolo con quei vestiti presi al mercato , “Guarda il giubbotto di pelle con maniche laterali leopardate, guardalo, dico! Certo che però quel tatuaggio fa figo, io l’ho detto ai miei ma non ci sentono, sono fissati con la scuola e se non prendo un voto decente me lo posso sognare. A parte che è una scusa, non me lo permetterebbero lo stesso. Ma magari con qualche 8 o 9… certo non è possibile con quella versione di Hitler al femminile di prof di matematica..” . Poi uscì di fretta, come se si fosse risvegliato da un letargo pluriennale, uno strano tipo. Un incrocio fra un maniaco ed il tenente Colombo. La barba malregolata non celava abbastanza la trasandatezza della cura forzata dalle necessità sociali. Un lungo impermeabile beige allacciato da 3 bottoni davanti, lo rispediva a calci indietro di 30 anni almeno. Ci poteva essere nato con quell’impermeabile, visto che di anni ne aveva poco più di 30. Qualcuno aveva deciso di buttare su quel mento manciate di colori diversi. Il bianco, il nero ed il grigio si mescolavano come amanti, ed altrettanto disperatamente e disordinatamente quella peluria disgraziata cresceva senza ratio, senza uniformità di orientamento, senza senso estetico. Occhiaie rivelavano una vita sregolata e notturna, in netto contrasto con la 24 ore col portatile e la piccola sacca coi documenti. O forse più che una vita spericolata, c’era una profonda caotica tristezza esistenziale, somatizzata in un’insonnia congenita.  Un pò più in alto, sotto una piccola cascata di capelli brizzolati, un paio di occhi asimmetrici ed infossati di colore indefinitamente verde, un verde mescolato ed acquitrinoso nel quale si nascondeva un pò di tutto, fra la mota emozionale smossa dalle turbolenze di fondo. Su tutto torreggiava un cappello, cupola della cattedrale di una religione personale fondata sul cervello. Inconsapevolmente, il suo sguardo rimase impigliato al trilby mistico che con il puro potere della spiritualità, mentre si muoveva verso le scale mobili, se lo trascinò dietro.
Sorrisi. Non avrei mai voluto fare a cambio con quella ragazzina che mi squadrava come se avesse visto un alieno. Un mondo di differenza di pensieri ed esperienze che prima ignoravo nella valutazione del possibile scambio di età anagrafica. Un mondo di paziente eliminazione del superfluo, dell’eccesso. Di nozioni non imparate ma finalmente interiorizzate. Di incerti, incostanti passi verso un impossibile equilibrio. Per poi magari non concludere nulla, ma il mio nulla. Plasmato a mia immagine e somiglianza. La mania del demiurgo, e poi dico di non essere egocentrico… eppure non mi ci sento. E’ autoreferenzialità ed una diversa, personale  inflessione imposta alla versione standardizzata della condivisione con l’altro. “Diversamente altruista”, ecco la definizione (politicamente) corretta. Questo mi dissi. In fondo alla scala semovente, emergendo al calmo ritmo naturale di una moderna risurrezione dalla oscura, volontaria reclusione di una tomba mobile, qualche lampo di un sole benigno cominciava a sorridermi.