Morte in cielo

L’aereo scendeva. Doveva essere abbastanza felice, visto che stava seguendo la sua natura. A parte quello, sospettavo che se ne fregasse altamente del modo. A guardarlo, sembrava uno di quegli aeromobili ai quali interessa solo il risultato.

Coprire la distanza fino a terra e basta, gli avrebbero poi trovato un hangar a caso dove riposare le saldature messe a dura prova dalla pressione atmosferica dei 5000 metri. Avere i nervi d’acciaio saldi, anzi saldati. Ha ha, che risate amare su battute di seconda qualità si fanno quando non si è ancora capito se il mezzo di trasporto summenzionato si è deciso fra giungere a destinazione in un pezzo solo e farlo in ordine sparso. La lattina si stiracchiava, assonnata a causa della mancanza di ossigeno, cigolando lievemente. Le ventate laterali scuotevano la carlinga, e non aiutava sapere che la principale causa di incidenti distastrosi in fase d’atterraggio siano precisamente le ventate laterali improvvise. Infine, una benedizione scese sul mio martoriato intelletto e avvenne un miracolo. Mentre guardavo ossessivocompulsivamente l’adesivo “Tenere chiuso il tavolinetto ” sul retro dello schienale del passaggero di fronte a me – quasi ad esorcizzare il pericolo imminente – e lanciavo brevi occhiate al cartoncino delle procedure d’emergenza che mi scherniva facendo cucù dalla tasca inferiore, successe. Sentii chiaramente che a guardare quell’adesivo, rosicchiato nell’angolo superiore destro da un topo aereo, erano quattro occhi. E che gli altri due occhi erano i miei. No non avevo messo degli occhiali a fondo di bottiglia nè stavo guardando “i Puffi”. Il 24C (finestrino) era illegalmente occupato da due persone. Mandai una silenziosa preghiera agli dei superni che nessuno informasse la compagnia aerea; tirare fuori altri soldi per finire spiaccicati a terra tutti e due sarebbe stato più ridicolo che tragico. Una distinta linea attraversava il mio corpo a metà, e due sezioni indipendenti ma inspiegabilmente unite da pelle, muscoli, nervi, ossa e organi erano saldamente attaccate assieme. Cercai di comandare ad entrambe le entità di ignorarsi guardando dall’altra parte. Purtroppo come è sempre successo nella mia vita, non ho seguito i miei consigli. Notandosi, i due iniziarono una conversazione, con me come ostile ma silenzioso moderatore.

  • Adesso morirò

  • E qual’è la novità?

  • Prego?

  • Diciamocelo, morire non è poi una gran novità.

  • Lo è per me, visto che è comparsa da 30 minuti nella mia esistenza.

  • Era nella tua esistenza dalla nascita. Non capisco di cosa tu ti stupisca. Tutti muoiono. Guarda le statistiche: di tante cose sulle quali non abbiamo alcuna sicurezza la morte ha un bel 100% di successo, tondo tondo.

  • In effetti, ho avuto forse un problema di prospettiva. Nonostante ciò, non voglio andarmene così velocemente.

  • Perchè? Pensi che sia una gran perdita?

  • In effetti no, non è una gran perdita.

  • E allora, vedi…

  • Anzi a ben pensarci non solo non è una gran perdita ma può essere utile.

  • Utile, in che senso?

  • Utile per eliminare la feccia, cioè la indubbia maggior parte delle persone che è con me in aereo in questo momento.

  • Spiegati meglio.

  • Vedi che livello intellettuale accomuna la media della popolazione attuale Italiana e, presumibilmente, mondiale? Non rischio di uccidere il novello Einstein qui dentro, specialmente i genitori di quel bambino che urla impunemente da quando siamo partiti.

  • Nonostante ciò…

  • No seriamente, invece quello che dorme a bocca oscanemanete aperta là in fondo? Quello merita compassione? Il globo terrestre è afflitto dal morbo della sovrappopolazione, una sovrappopolazione fatta di un morbo chiamato mediocrità.

  • Insomma sei un Cristo al contrario, un vendicatore.

  • Non è il mio mestiere, ma il pensiero di fare qualcosa per il mio prossimo – uccidendolo –  mi rende la dipartita meno odiosa

  • L’Angelo della Morte versione urbana, su un paio di ali di lega di alluminio.

  • Già, ed un’assoluzione benedetta da centottantamila litri di acqua santa al cherosene. E poi è un bel modo di andarsene, col botto. E’ anche abbastanza originale.

  • Perdonami, ragazzo mio, ma qui hai torto marcio:  è banale, anche troppo.

  • Cosa vorreati dire?

  • Quel che dico. Sai quante persone si sono schiantate con un aereo di linea finora? Centinaia, migliaia. E a volte anche in modi più rocamboleschi e strani. E sto volutamente ignorando i dirottamenti. Quei morti si che ne avrebbero da raccontare. Una semplice ventata laterale in fase d’atterraggio è banale, è out.

  • E’ una schifosa civiltà di massa, neanche morire in modo creativo si può più…tutti hanno provato tutto. Neanche un minimo spazio di originalità, che poi se viene trovato viene immediatamente riprodotto in copia carbone per venire venduto e subitaneamente amalgamato allo schifo. Al magma del calderone della modernità. E quando avremo davvero scoperto tutto quello che c’era da scoprire, non ci sarà forse spazio solo per un grande suicidio di massa, da cui la Madre Terra potrà solo trarre sollievo? La odio, questa umanità delirante che mi toglie il piacere di un suicidio premeditato in salsa stragistica. Credo che…

 

Un rumore acuto e stridente interruppe la conversazione. Avrei potuto sbagliare, ma a me sembrava tanto simile al rumore di ruote sull’asfalto. Ma poteva essere anche l’inizio del’impatto della fusoliera contro un edificio a caso, era come se avessero pestato il callo del piede a mille persone contemporaneamente. L’intero aeromobile diede magicamente lo stop alle stronzate, era in silenzio.

Poi un colpo forte ed io ed i siamesi ci ritrovammo catapultati in avanti, il peso del corpo a schiacciare i polmoni, sfiancati dalle cinture di sicurezza. Era la fine. Rimbalzammo indietro sul sedile, poi il nulla. Mi ripresi subito dopo a causa di suoni inarticolati e meccanici che avevano deciso di trivellare la zona timpanica del mio padiglione auricolare destro. Un crepitio, un fischio, un altro crepitio, poi una voce umana. Un accento irriconiscibile in mezzo all’elettricità statica, incrinato di sollievo. “Signori e signore, è il comandante che vi parla. Siamo atterrati a Milano Linate…” Mi persi il resto mentre intraprendevo un’avventurosa impresa di ricostruzione del timpano. Raddrizzai la testa e la prima cosa che notai fu che sero solo. Anni di ricerca sulla fusione del nocciolo senza risultati apprezzabili, ed ecco che avviene sotto i miei occhi in pochi secondi. La scienza moderna non capisce un cazzo. Annuì pensieroso, poi mi resi conto che il mio piano di redenzione tramite aereo (una croce imperfetta per evitare di essere accusato di plagio) era fallito.

“Mi dovrò adattare ad uniformarmi al gregge grigio di questa città grigia. Oppure dovrò comprare un lanciafiamme.”

Mi aggrappai al soprabito che mi si avvolse addosso per magia, il cappello, grato anche lui della fine dell’incubo, il mio sacro capo di vestiario che non può mancare, Lui mi salutava già dalla cappelliera, spalancata in un femtosecondo da un uomo indistintamente volgare eclissato dalle urla di suo figlio in braccio, delle quali percepivo perfortuna solo una parte delle frequenze, quelle udibili all’orecchio umano. Le corde vocali più elastiche del West. Un giorno avrei potuto dire di essermi fatto rompere i coglioni da un titolare del Guinness dei Primati. Presi il mio magro bagaglio e mi preparai ad una vita che ancora non sapevo se sarebbe stata votata alla normalità o allo squarcio del velo del tempio. Non avevo ancora deciso, tutti quei sobbalzi mi avevano dato un vago senso di nausea.

Mi ricordo solo che, mentre uscivo dal portello e mi avviavo lungo il finger ed una musica classica soave già vellicava le mie orecchie, sentii la hostess salutarmi cortesemente: “Arrivederci signor P.”

Mi chiesi se il trambusto dell’atterraggio l’avesse assordata o rimbambita, lo ripetè 2 volte.

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