Recensione – Psicologia delle folle

Interessante libro che sicuramente è d’aiuto nella comprensione delle dinamiche del comportamento delle folle. E’ datato ed opinabile in alcuni punti, profetico in altri, noioso in altri ancora. Il principale difetto è che l’approccio pedagogico/didascalico trascende fino alla eccessiva ripetizione. Colpisce quanto cose così semplici vengano semplicemente ignorate dal pubblico (o, al contrario, gli vengono ben coscientemente taciute?). In ogni caso natura non facit saltus e di conseguenza nelle folle moderne c’è molto, anzi moltissimo delle folle della metà del 1800. Particolarmente acute e meritevoli di nota le osservazioni riguardanti la necessità intrinseca di una folla (come di un singolo essere umano) di un punto di riferimento a cui credere, anche negando l’evidenza e deificando il proprio idolo piuttosto che mettere in dubbio la sua perfezione. Una necessità che prima era riassunta dalle religioni e che adesso si è parcellizzata trasformando la tradizionale divinità unica in mille idoli pagani: la tecnologia, Steve Jobs, il capo di un partito. Ma tutto cambia per poi non cambiare davvero, e le logiche rimangono le stesse. E le stesse rimangono anche le speranze che la massa si elevi dall’ignoranza e dalla stoltezza, dalla facile ira e dalla facile ingiustizia: nessuna.

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Recensione – Il libro nero dei regimi islamici

Il libro è completo. Esaustivo ma conciso. La prosa non è verbosa, nè ampollosa, nè demagogica. L’approccio che avanza lungo l’asse temporale è a mio parere il più adatto allo scopo, se raffrontato all’alternativa di trattare di ogni paese singolarmente, in successione. Penso che sia stato corretto anche l’approccio alla quantità di nozioni da inserire: abbastanza da non sembrare approssimativo e da fornire sufficienti elementi per approfondire autonomamente la ricerca, ma non così tante da risultare in un appesantimento complessivo.
Opinione personale sul contenuto: un sunto criptico ma simbolico di 300 e passa pagine potrebbe essere: “il costo dell’ignoranza”. L’ignoranza della storia, delle scienze, delle altre culture, di tutto ciò che non sia il testo coranico. I paesi del Medio Oriente sono statisticamente quelli più arretrarti nel sistema scolastico, che comunque resta legato indissolubilmente alla rete della religione sotto l’unica sua forma: la scuola coranica. La traduzione di libri stranieri è così limitata che, sommando i dati sui libri tradotti ed importati in decine di anni, il Qatar raggiunge a stento ⅛ dei numeri annuali di un paese europeo. L’ignoranza delle masse, il perenne stato di sottoistruzione – in parte scelta dei governanti, in parte scelta spontanea per mancanza di fantasia, stimolo intellettuale e curiosità – non è altro che un’arma. Il fondamentalismo sa bene come proprio ai più poveri ed ignoranti, generalmente coltivatori nelle zone rurali teatro della miseria più nera, si possa chiedere ed ottenere il conservatorismo più coriaceo, l’intransigenza più feroce, l’adesione più fedele, spontanea e fanatica ad ideali radicati nei testi sacri e ribaditi durante tutto il ciclo dell’istruzione e nella vita quotidiana. E’ impressionante come nella storia dell’Islam per strani giochi del destino e per effetto delle dinamiche del periodo storico abbia sempre prevalso la fazione più integralista ed estremista, rappresentata oggi magistralmente dai salafiti-wahabiti e dalle componenti più retrive del culto sciita. L’errore da non compiere è certamente quello di confermare la tesi ormai diffusa in Europa e veicolo di un interminabile auto-da-fè: che l’origine di tutti i mali del Medio Oriente e del mondo arabo derivino dall’Occidente e da Israele. Questa scusa per coprire le proprie mancanze è la stessa che viene venduta agli abitanti stessi di questi paesi, e causa del persistente odio verso il dar-al-harb (che comunque per definizione andrebbe convertito con la Jihad alla “vera fede”). Certo l’Occidente ha le sue colpe: si è svenduto ed ha abdicato si suoi principi per il denaro o la convenienza politica contingente, lasciando degenerare una situazione che già si poteva intuire dagli esiti disastrosi a lungo termine. A questo possiamo aggiungere in questa complessa equazione la distinta matrice islamica antisemita e fortemente antagonista ed aggressiva verso il colpevole di takfir (apostasia): matrice mai emendata, mai reinterpretata, mai rivisitata. C’è questa componente dietro a molte guerre con l’Occidente, fra paesi islamici ed addirittura all’interno di un singolo paese, fra fazioni religiose diverse (sunniti contro sciiti, salafiti contro sciiti etc.). La summenzionata chiusura verso l’esterno è pressochè totale, anche per questo pare ragionevole asserire che sia possibile solo all’Islam riformare e rivedere l’Islam, effettuare la separazione del potere temporale da quello spirituale ed avviarsi verso la modernità. Anche l’Occidente potrebbe e dovrebbe darsi da fare aiutando, monitorando ma soprattutto introducendo il modello democratico ed i suoi principi ispiratori e sostenendone l’innesto in uan società fortemente impermeabile ad ogni cambiamento. Se chiuderemo gli occhi, anzi se continueremo a farlo come stiamo facendo adesso, per puro calcolo economico, commerciale o di politica internazionale, ci ritroveremo a dover affrontare una forza imbevuta di wahabismo preso direttamente dalle madrasse dell’Arabia Saudita o dalle loro versioni esportate, ed allora chi sa se saremo ancora in grado di vincere la guerra? Ottimo volume che spazza via molta retorica e cattiva storiografia e chiarisce molti aspetti su vicende controverse, come quella dei campi profughi palestinesi. Da leggere non per ricordarsi tutto alla fine (è impossibile), ma per aver una visione “a volo d’uccello” su tante vicende sentite di sfuggita, avere un quadro della situazione abbastanza aggiornato e capire con chi “abbiamo a che fare”, e perchè fa quel che fa.

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La coerenza dell’albero finto

Nelle case italiane l’albero sintetico supera quello naturale. Singolare atto di inconsapevole coerenza. L’albero, primo e principale simbolo del Natale, è l’ultimo tassello.  L’ultimo atto di una tragica commedia. Per una festa svuotata di ogni significato religioso (che bacchettoni!), per una festa svuotata di ogni significato morale o comportamentale (che palle!), per una festa diventata occasione di sfoggio della ricchezza (palese contrasto col suo spirito originario), di formalità e regali obbligati dalla civiltà dei consumi, insomma per una festa finta mi pare che un albero finto, un simbolo finto sia più che appropriato e peculiarmente iconico.

L’orrore cartaceo quotidiano

Ogni giorno prendo qualche giornale gratuito mentre vado al lavoro in metropolitana. Ogni giorno lo apro per informarmi sull’attualità. Ogni giorno non posso fare a meno di notare come la sezione “Sport” (dove “Sport” è uno pseudonimo di “Calcio”) sia pari a circa il 50% del giornale. Il 15-20% tratta di tecnologia (orientata a consigli per gli acquisti, senza l’introduzione di alcuna nozione tecnica) e di gossip. L’esile 30% rimanente è infine destinato ad una compressa e sintetica trattazione di fatti locali ed internazionali, economia, cultura etc. Insomma tutti quegli argomenti secondari che non importano a nessuno. Notevole come ciò sia costante e nemmeno il periodo di crisi abbia condotto ad una coscienziosa considerazione della necessità di rivalutare e rivedere le priorità. Tutto invece procede spedito e stabile: andiamo nel burrone del suicidio culturale ed intellettuale, ma ci andiamo con una rassicurante andatura priva di scossoni.

I poveri del 2011

Un mese fa era stata la stessa storia. Il 25 è successo di nuovo in versione minore. Migliaia di persone disposte a fare tutto: menarsi, aspettare ore in coda, alzarsi presto la notte, occupare strade e piazze per un bene di consumo in saldo. La scusa è che con la crisi se si può comprare a meno bisogna approfittarne.

A me sorgono spontanee alcune domande:

  • Ma le ore lavorative perse per fare la fila non sono forse tranquillamente paragonabili ad una perdita finanziaria? Quindi i soldi risparmiati nell acquisto del bene non sono quindi parallelamente persi nell’assenza di guadagno prodotta per procacciarsi il bene summenzionato?
  • Ma che cultura è quella dell’equiparazione del risparmio all acquisto con riduzione di prezzo?

A me hanno insegnato sempre che “risparmiare” avesse un fondamentale significato: “non spendere”. Se la crisi fosse davvero gravissima e quelle persone davvero non arrivassero a  fine mese, non credo che comprerebbero il plasma nuovo solo perchè è superscontato. Si terrebbero la tv ed il cellulare che hanno.

Spero che la crisi continui, insegnandoci come non siamo stati capaci di auto-insegnarci che il lusso generalizzato non è la norma. E che si può persino essere capaci di rinunciare a qualcosa.