Milano, poesia di una città caotica

Milano è una città dominata da un colore: il grigio. Ma io la amo lo stesso. O forse la amo proprio per questo. Ho deciso di accettare l’invito di un mio caro amico a contribuire al blog del suo sito che riguarda la sfera immobiliare milanese, con un articolo a riguardo di questa città e della vita che si svolge nei suoi meandri. L’unico modo per scoprire cosa ne penso di tutto questo agglomerato di particelle che mi circonda da anni è cliccare e leggere. Davvero, è così semplice.

E noi, ci rivedremo su queste pagine presto.

Purtroppo per voi.

Esplosione silenziosa

Vampe di calore con lingue di emozione
brucia dentro, gli occhi vogliono spegnerlo
fumo fatto di silenziosi minuscoli elettrodi
respiri ansimanti a cercare un aria copiosa ma inafferrabile
una cassa che rimbomba, dentro
una bomba che fracassa, dentro
Scoppio. Fuoco e fiamme.
Fa di me carne riarsa, porta alla mia scomparsa, il sollievo della catarsi, distruzione dalla frattura carsica della mia anima persa, stretta in una venefica morsa.
E poi la fenice, ed il finto otto sbilenco che mi irride.
Tantalo e Prometeo i miei fratelli, e l’abisso custodito da Caronte
E’ il dolore di esser vivo.
Solo un altro respiro.

The vibe

Più procedo più mi modifico, mi plasmo, mi modello e mi trasformo. La grande novità del sentire e del qui ed ora rispetto ad un nebuloso futuro popolato di vaghe possibilità elucubrate a ritmo incessante è decisamente la capacità di abbandonare schemi rigidi o di non affidarsi esclusivamente ad essi per adottare un approccio più soft e dinamico a ciò che accade.

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L’egoismo in carreggiata

Se siete di Milano e siete abbastanza sfortunati, mentre andate al lavoro la mattina presto vi capiterà di leggere il quotidiano gratuito Metro con il suo “angolo della posta” dedicato alle missive dei lettori. Per un discreto periodo l’argomento predominante è stato la viabilità e lo stato della circolazione cittadina. La cosa che ho trovato singolarmente al limite fra il disperante ed il divertente è che per giorni si è assistito ad uno spaccato dell’Italia e di ciò che non funziona in questo paese: la testa della gente che ci vive.

Tutti con la verità rivelata incontrovertibile in tasca e tutti, soprattutto, con in tasca un colpevole della disastrosa situazione attuale. I lettori intervenuti si potevano raggruppare nelle categorie: automobilisti, ciclisti, pedoni. Chiunque intervenisse diceva che il colpevole era solo uno (ovviamente non la categoria a cui appartenevano loro) e stabiliva che andasse data la priorità ad uno solo (ovviamente la categoria a cui appartenevano loro).

Gli interventi erano solo di due tenori:

  1. rivendicazione dei propri diritti inalienabili irrimediabilmente calpestati da tutti
  2. accusa verso una fazione avversa

L’unico fattore comune, ovviamente, era la lamentazione sull’inefficacia delle misure dell’ente locale. Vittimismo: pieno. Pressapochismo e grossolanità nell’analisi: 100%. Proposte costruttive: nessuna. Assunzione della propria parte di responsabilità per la situazione: nessuna.

Un paese con milioni di commissari tecnici della nazionale e dove i colpevoli sono tutti gli altri.

May God help us all.

L’appuntamento giornaliero

E’ strano, ma in una città come Milano strettamente legata al tempo, in cui la vita delle persone più che in altre città è scandita dall incessante moto di rotazione delle lancette, si creano piccoli miracoli di socialità sopita. Ogni mattina mi sveglio per andare al lavoro, ogni mattina esco e mi dirigo verso la metropolitana. Ogni mattina percorro sempre lo stesso tratto di strada alla stessa ora. Ingranaggio di un mastodontico meccanismo, mi sveglio all’ora corretta, mi attivo all’ora corretta, scatto all’ora corretta. E così fa il resto della città, in un enorme ed inconsapevole ballo sincronizzato.

Ultimamente mi è capitato di veder passare una persona e di stare per salutarla per poi rendermi conto che in realtà non la conoscevo. Stupito ed incredulo, ho cercato nella mia memoria chi fosse quella persona di cui il mio corpo ed il mio inconscio sembravano evidentemente ricordarsi. Figuratevi il mio stupore nel non trovare alcun riferimento, nemmeno una vaga somiglianza con un conoscente.

Dopo qualche altro istante di smarrimento, la rivelazione: questa, come le altre, è una persona che non conosco ma con la quale ho familiarizzato nel nostro incontro quotidiano. Un appuntamento giornaliero di due secondi, consumato mentre si transita, in direzioni opposte, sul marciapiede da casa al lavoro o dal lavoro a casa. Sempre le stesse persone, sempre le stesse facce. Sempre alla stessa ora, tutti i giorni, sullo stesso marciapiede. Non ci siamo mai presentati, eppure potrei dire di loro molte cose: quando non sono andati al lavoro, se sono ingrassati o dimagriti, se hanno fatto il cambio alla stagione invernale dei vestiti. Se hanno cambiato taglio di capelli, se la notte prima hanno dormito.

In una città chiusa e con molto poco tempo anche per scambiarsi due parole, mi sento un pò in compagnia ogni mattina. Conosco persone che non conosco.

Ed allora, a domani.