La tecnica e la debolezza umana

“(…) Se fosse vivo oggi sospetto che Ellul avrebbe definito il microchip “tecnica distillata” ed avrebbe dichiarato che l’inserimento di chip in ogni cosa ed in ogni luogo rappresenta il trionfo finale e concreto della tecnica su tutti i valori umani che non possono venire misurati, ordinati e meccanizzati. Il problema che turberebbe di più Ellul non sarebbe la tecnica in sè, ma la storica incapacità umana di proteggere i valori importanti dell’esistenza dall’inesorabile quantificazione, meccanizzazione e digitalizzazione di ogni cosa, inclusi i codici primari della vita ed i processi dell’evoluzione biologica, la biochimica del pensiero e delle emozioni e la creazione di forme di vita artificiale totalmente estranee al regno della carne. La tecnica ha consentito agli uomini di raggiungere un potere che, solo qualche generazione fa, attribuivamo agli dei. Il problema è sapere se siamo abbastanza saggi da usare i nostri poderosi strumenti senza amputare qualcosa di vitale.”

- da “Smart mobs

Tutto è relativo.

Anche i problemi lo sono.
Fino a sei mesi fa avevo una vita felice. Eppure la ritenevo piatta e monotona.
Fino a sei mesi fa non sapevo cosa fosse il dolore anche se pensavo di averlo provato già chissà quante volte.
Fino a sei mesi fa potevo permettermi di stare male per un esame andato male, per il lavoro, per un litigio, per le fisime più assurde che mi passavano un giorno dopo l'altro per la testa.
Fino a sei mesi fa mi riempivo la bocca di  "Che vita di merda", e di "Non ce la faccio più".
Povera stupida ingenua. Nemmeno lo sapevi sei mesi fa cosa fosse davvero la merda e cosa fosse davvero il "non farcela più."
Già. Fino a sei mesi fa.
Poi quel maledettissimo giorno tutto è cambiato e una forza arrivata non so nemmeno da dove mi ha spedita direttamente all'inferno.
All'inferno vissuto su questa terra giorno dopo giorno.
Ad un inferno di persone che non ci sono e che mancano terribilmente.
Ad un inferno di persone nei cui occhi leggi il dolore e la sofferenza più profondi.
Ad un inferno di speranze disilluse.
Ad un inferno vissuto da tre paia di occhi azzurri e limpidi che non si meritano tutto questo. Che non si meritano di andare via troppo presto e che non si meritano di veder andare via troppo presto.
Ad un inferno di incubi.
Ad un inferno di emozioni, parole, sensazioni, ansie, paure, dolori fisici ma sopratutto di dolori e nemici dentro la tua testa.
Fino a sei mesi fa.
Fino sei mesi fa avevo una vita mia. Ora vivo la vita degli altri. Una vita per sostenere una madre, una famiglia (o quello che ne rimane),dei nipotini…
E gli unici momenti in cui mi ricordo di occuparmi di me stessa è quando la mia testa non ce la fa più e dopo avermi chiesto numerose tregue senza che nessuno le prestasse ascolto mi fa ricordare che anch'io ho un corpo, che anch'io ho bisogno di essere curata, accudita da qualcuno e consolata. Che ho bisogno anch'io di sorrisi, di abbracci, di forza, di amore e di qualcuno che si prenda cura di me.
Io. Che mi metto in testa di essere forte per tutti, ma non per me stessa. Che metto da parte me stessa per vedere star bene gli altri.
Forse dovrei ringraziarla questa maledetta ansia che non passa. E' l'unica che si accorge di me e di tutto il male che mi sto facendo.
Perchè fino a sei mesi fa era tutto diverso, fino a sei mesi fa avevo un padre.
Fino a sei mesi fa avevo un fratello sano, bello e forte come una roccia.
Fino a sei mesi fa forse non conoscevo la vita.
Vorrei tanto poter tornare ad illudermi che il dolore sia stare male per un esame andato male, per il lavoro, per un litigio o per le fisime più assurde che passano per la testa.
E vorrei tanto dimenticare la sofferenza. Quella vera.
E riprendere in mano la mia vita che da sei mesi ho dimenticato su un tavolo della cucina del piano di sotto.

Hurt

"…If only I knew what I know today, ooh, ooh
I would hold you in my arms, I would take the pain away
Thank you for all you’ve done, forgive all your mistakes
There’s nothing I wouldn’t do to hear your voice again
Sometimes I wanna call you but I know you won’t be there…"

Se solo mi avessi avvisato che te ne stavi per andare ti avrei dato tutte le parole e gli sguardi che mi chiedevi e che io con la mia stupida voglia di sentirmi donna e staccarmi il prima possibile da voi, ti ho spesso negato.
Ti avrei dato tutti i gesti d’affetto e ti avrei detto almeno una volta in 26 anni di vita quanto ti volevo – e ti voglio – bene.
Non ti avrei mai permesso di dire "Ah perchè? Sei in casa? Non me n’ero nemmeno accorto…". Sempre con quel tuo sorriso così simile al mio.

Se solo quel giorno mi avessi detto che dopo pranzo ti saresti addormentato per non svegliarti più, avrei potuto guardarti con la consapevolezza di poterlo fare per l’ultima volta.
Sarei stata lì con te il più a lungo possibile.
Non ti avrei lasciato andare via da noi in un modo così assurdo.
Non ti avrei lasciato andare via nella più totale solitudine come invece hai fatto, senza nemmeno una mano nella tua che accompagnasse i tuoi ultimi respiri.

E invece hai deciso di fare di testa tua, e te ne sei andato così…come eri solito fare.
Indisturbato, riservato, in silenzio, senza dire niente a nessuno di noi per non farci preoccupare…

E io mi odio.
Odio me stessa per non esserti stata vicina nei tuoi ultimi anni come avresti meritato.
Mi odio per il mio carattere freddo e distaccato anche – e sopratutto -  con le persone che mi hanno dato la vita.
Mi odio perchè non ti ho guardato e non ti ho potuto dire addio, ciao, o arrivederci con la consapevolezza che sarebbe stata l’ultima volta che i nostri sguardi si sarebbero incrociati.

Ora so che tu stai bene e che sei lì dove desideravi essere.
So che te ne sei andato come hai sempre desiderato.
Ma non riesco a darmi pace perchè io sono qui, fra le tue cose ma senza di te.
Fra cose iniziate e mai portate a termine.
Fra rumori che erano anche i tuoi ma che ora sono di altre persone
Fra ricordi, immagini e sensazioni di te. Così vivide da farmi sembrare anche solo per un attimo che tu sia ancora qui con me.

E tutto questo mi fa sentire piccola, fragile e indifesa come quando piccola lo ero veramente e mi tenevi tra le tue braccia forti e niente e nessuno avrebbe potuto farmi del male.
Avrei voluto fare lo stesso con te.
Ripagarti di tutte le cure che mi hai dato. Proteggerti. Tenerti per mano.
Ma quasi non ho avuto il tempo di realizzare – o forse non volevo realizzare – che stavi invecchiando.

Dicono che il tempo guarisce le ferite e probabilmente le guarirà.
E quando le guarirà avrò forse il coraggio di dirti serenamente "Ciao papà" e di lasciarti andare tenendo con me tutto quello che di buono e di meno buono mi hai dato.
Ma per ora resto qui.
Vivo la mia vita, faccio le mie cose, ma il "Ciao papà" non  vuole uscire dalla mia bocca.
Al suo posto resta solo un malinconico "Dove sei?"

"…Would you tell me I was wrong? Would you help me understand?
Are you looking down upon me? Are you proud of who I am?
There’s nothing I wouldn’t do to have just one more chance
To look into your eyes and see you looking back…"