La cosa più traumatica dell’essere in quarantena è decisamente la gestione del tempo.

Il ciclo della giornata – e certo, a quale pensavate voi? – subisce mutamenti importanti ed il suo ribilanciamento diventa un’impresa ardua.

Non aiuta sicuramente il fatto che la luce elettrica possa tranquillamente essere accesa ventiquattro ore al giorno e spenta a volontà, con un gesto.

Ciò rende alquanto semplice tramutare un periodo di isolamento in una segregazione semivolontaria, parialmente consapevole ed autoimposta.
Il suo ritmo è scandito dalle basilari esigenze umane e dalla capacità del singolo di sostenere un periodo più o meno lungo di attività intellettuale (lavoro, altre attività mentalmente impegnative).

Dietro a quattro spesse pareti, niente altro interviene a condizionare questo flusso, nè i raggi del sole nè il frinire dei grilli.

Ecco quindi che una persona legata comunque a degli orari “urbani” per riunioni ed altri tipi di comunicazione con i colleghi, si può trovare in serio imbarazzo nel conciliare i due aspetti.

E’ in situazioni come queste che considero di riprendere il periodo di test che avevo iniziato per l’adozione della tecnica del sonno polifasico.

In ogni caso voglio considerare questa strana condizione come un’occasione per una lezione.

Una lezione pratica di ascolto del proprio corpo e delle sue necessità, un esercizio di flessibilità per bilanciare esigenze fisiche e logistiche lavorative.

Spero che voi ve la stiate vivendo meglio di me; sono, lo ammetto, abbastanza in difficoltà.