E’ caratteristico notare come anche per gli aspetti dell’entertainment completamente innovativi e recenti, ci si impieghi davvero molto poco ad appiattirsi ed ad uniformarsi nell’ottica del massimo (presunto) risultato col minimo sforzo.

Parliamo degli streamers. E’ ovvio che nella grande quantità di persone che pratica la stessa occupazione ci siano prassi e somiglianze, dettate soprattutto dalle limitazioni tecnologiche.

Tuttavia al di là delle limitazioni tecniche la varietà nell’ambito delle possibilità comuni è indice di creatività e dovrebbe essere un fattore positivo.

Invece trovato un format c’è molta poca “ingegnerizzazione” e “progettazione” delle possibilità tecniche in base alle necessità ed al contesto di streaming, e prevale di gran lunga il “copia e incolla”.

L’esempio di cui parlo in questo articolo è la silouhette del giocatore visibile sulla schermata di gioco. Essa è sicuramente una personalizzazione, un modo per rendere unico uno stream, ma non è necessariamente una cosa positiva. Perlomeno a mio parere lo è tanto quanto è utile e funzionale allo streaming stesso.

Per esempio, in una videochat o in un talk show l’apparire fisicamente degli interlocutori è fondamentale. In un’avventura grafica o in un gioco dal forte effetto emotivo (come un horror) la presenza del giocatore in prima persona sullo schermo assolve al compito di aumentare l’empatia dello spettatore che ha così la possibilità sia di vedere le scelte e le azioni del giocatore in game che di poterne constatare l’emotività.

In uno sparatutto o in un MOBA la presenza di un giocatore sullo schermo è soltanto fastidiosa e uno spreco di spazio. Negare la visuale all’astante è solo un minus, a meno che lo streamer non sia così famoso che lo streaming non sia altro che un’occasione per riunirsi con i fans mentre si gioca a qualcosa.

E invece tutti eguali, tutti con le loro facce in mostra e con dimensioni ciclopiche, come se nobilitassero le loro azioni ingrandendosi elettronicamente.